Il judo e lo spogliatoio

Dimensione di passaggio, rito di preparazione e coscienza di se'

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Nella nostra quotidianità siamo soliti fare gesti, assumere atteggiamenti, mettere in atto comportamenti ai quali spesso non facciamo caso, perché sono abitudinari. Dormire, mangiare, lavarsi, spogliarsi, vestirsi, sono momenti importanti della nostra vita che a causa dell’abitudine hanno perso di significato. 

Vestirsi, indossare un abito, non è solo una necessità legata alla protezione del nostro corpo dal freddo o dallo sguardo indiscreto degli altri. Indossare l’abito, il proprio abito, è come dotarsi di una seconda pelle. Siamo sempre noi stessi, ma ci mostriamo agli altri in modo tale da essere accettati e graditi.

Quando si dice “Non è l’abito che fa il monaco!” non si dice il vero. Nella nostra cultura l’abito che il monaco vestiva, veniva cucito dallo stesso monaco, con le sue mani, per poi indossarlo e identificarsi totalmente con esso. Nella sua creazione e confezione era presente lo spirito religioso che animava e dirigeva la sua vita. 

Quindi l’abito fa il monaco! Proprio perché tutto ciò che ci copre, che indossiamo fa parte di noi, della nostra personalità, del nostro modo di essere, perché lo abbiamo scelto e ci appartiene. L’abito monastico, come la divisa del militare o del poliziotto, come il camice del medico o la tuta dell’operaio, è funzionale al ruolo che esercita chi lo indossa e lo identifica in modo inequivocabile, imponendo di conseguenza modi di comportarsi coerenti con il ruolo esercitato.

Avere cura dell’abitare nel proprio abito, è parte essenziale dell’educazione judoistica, che per la pratica sul tatami esige che si indossi il judogi: l’abito del Judo; semplice ed essenziale, composto di un pantalone, di una giacca e di una cintura. 

L’abito del Judo deve essere indossato, qualche minuto prima che si inizi la pratica, in un luogo che noi semplicemente chiamiamo spogliatoio. Questo luogo, dal nome che gli è stato attribuito, sembra avere solo questa funzione, quella di consentire ai praticanti di spogliarsi e vestirsi. É un luogo di transito, che ci ospita e ci consente di depositare effetti personali personali. Ogni sera i ragazzi che si presentano al Dojo per la lezione di Judo eseguono questo rituale: si spogliano dei loro abiti usuali, delle loro calzature e indossano il judogi. 

Se si fa attenzione a ciò che avviene nello spogliatoio nei momenti che precedono la pratica ci si rende conto di come sia importante questi rito, senza del quale si corre il rischio di perdere l’occasione di poter educare nel profondo i giovani praticanti.

Lo spogliatoio si pone, perciò, tra il mondo sociale esterno con le sue regole, il suo ritmo e il dojo dove la realtà si presenta in modo diverso. 

Lo spogliatoio può essere assimilato, simbolicamente, a quei territori che in passato si interponevano tra due stati in conflitto, con funzione di frenare l’avanzata del nemico. Questa era, appunto, la funzione delle “marche”. Questo filtro attraverso il quale non si può fare a meno di transitare, diventa, per tale ragione, il luogo dove si svolge questo rito di passaggio, ad alto valore trasformativo, come lo è il camerino dell’attore, dove questi ritrova se stesso per poter affrontare al meglio la sua performance. 

Questi momenti di decantazione mentale consentono di entrare lentamente nella dimensione “altra”della pratica judoistica, di giungere cioè alla consapevolezza di apprestarsi a svolgere un’attività creativa, che partendo dalla forma arriverà alla non-forma che, inseguendo la perfezione nel gesto, realizza il “vuoto”, riscoprendo il proprio sé.

Tutti coloro che praticano Judo devono comprendere che arrivare nel dojo, cambiarsi d’abito è uno spogliarsi di ben altro, non solo di ciò che materialmente indossano. 
Per questa ragione sarebbe opportuno che si iniziasse a praticare Judo mentalmente prima ancora di salire sul tatami, molto prima. Se ciò non è possibile, possiamo almeno iniziare con l’entrare nella sala che ci accoglie per la “trasformazione” avendo la consapevolezza che dobbiamo prenderci il tempo giusto per consentire al corpo e alla mente di prepararsi ad affrontare questo nuovo impegno. 

Svestirsi con calma, deponendo in modo ordinato nel posto a ciò riservato: giacca, camicia, maglione, pantaloni, calze, scarpe, anelli, orecchini, orologi , collane, occhiali, è un modo di fare rispettoso delle proprie cose e dell’ambiente che ci circonda. Fatto ciò si indossa il judogi, prima i pantaloni, poi la giacca ed infine la cintura, ben annodata in vita. 

Quello che ci copre ora è il nostro nuovo abito. È quello strumento di trasformazione psico-fisico che sembra avere la semplice funzione di coprirci e consentirci la pratica del Judo. Invece, il judogi che indossiamo ci accoglie in una nuova dimensione, all’interno della quale non prevalgono egoismi e trionfalismi, arroganza e presunzione, ma la continua ricerca della Via, che va intesa come continua esplorazione delle proprie capacità, in vista del propria crescita psico-fisica.

Questa attenzione ai gesti e alla cura degli oggetti ci pone nella condizione di creare un clima sociale che ci porta ad entrare in relazione ottimale con gli altri una volta saliti sul tatami. Ecco allora che il saluto diventa un vero saluto, colmo di gratitudine e non un gesto eseguito come fosse un esercizio ginnico privo di senso. Tutto ciò che avverrà durante la lezione sarà una continua ricerca del proprio miglioramento.

Quando tutto si è concluso si ritorna lì dove tutto è iniziato e si ripete il rito al contrario. Ci si spoglia dell’abito trattenendo dentro di sè ciò che è stato appreso. Si commentano le situazioni, le incertezze, le intuizioni sopravvenute, la bellezza del gesto tecnico realizzato o semplicemente visto realizzare da altri. Anche in questa circostanza tutto deve svolgersi con tempi e modi consoni all’ambiente. Lentamente, indossati gli abiti usuali, si ritorna alla vita quotidiana, portando con se stessi un po’ di stanchezza fisica, ma tanta carica interiore, che servirà a coltivare al meglio le proprie potenzialità umane.

Per questa ragione il Judo non può definirsi solo e semplicemente uno sport da combattimento, né un’arte marziale, esso è ciò di cui abbiamo bisogno per conoscere meglio cosa alberga nel nostro cuore a riguardo della vita e delle relazioni con gli altri, spesso difficili, conflittuali, ma indispensabili. 

La pratica del Judo attraverso l’incontro e il confronto con l’altro cerca la perfezione nel gesto e nel modo di realizzarlo. Così facendo cerca di elevarsi oltre la dimensione strettamente fisica, aprendo nuovi sentieri, che si inerpicano lungo un percorso spirituale che ci completa arricchendoci.

Giuseppe Tribuzio - Sociologo, maestro di Judo.

scritto il 16 mag 2018
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