Il Judo e i genitori dei bimbi con ADHD

Un percorso verso la serenità

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 “Buongiorno Maestro, piacere sono la mamma di Enry, ha un minuto per me? … ”. Così si presenta a me Alina, la mamma di un bambino a cui è stato diagnosticato il disturbo ADHD. Inzia così una tra le più intense esperienze che il judo mi ha permesso di vivere, coinvolgente a tal punto da indurmi a pensare che quello che mi accingevo a fare non era gestire un “problema”, bensì accogliere un dono!

Non ripropongo argomentazioni sul disturbo ADHD, già affrontate da EducaJudo; mi limito qui solo a ricordare che tale acronimo indica un disturbo evolutivo che si caratterizza per difficoltà di attenzione, di concentrazione, di controllo degli impulsi o autocontrollo e del livello di attività nel bambino. Normalmente si manifesta nei primi anni di vita, intorno ai 3-5 anni, persiste, se pur affievolendosi, in adolescenza e in alcuni casi prosegue fino all’età adulta.

Alina mi racconta la sua disperazione. Enry, se pur piccolo, è già stato allontanato da due scuole per il suo comportamento “diverso” e, ancor più triste, non riesce ad inserirlo in alcuna attività di ricreazione perché le reazioni di suo figlio preoccupano i genitori dei suoi pari e perché Enry si è chiuso in se stesso.

Tutto il suo parlare è avvolto da una profonda tristezza. Senza giudizio alcuno, senza pensare assolutamente sulla fattibilità di quanto la mente mi suggerisce mentre Alina continua il suo racconto, non trattengo la domanda: “mi perdoni Alina, lei come sta?”. L’espressione del viso cambia, è stupita, è incredula, come allegerita: non è sola!

Le propongo così di iniziare il corso di judo insieme a Enry, insieme sul tatami, insieme con il judogi bianco, insieme agli altri bambini senza aspettative, senza farsi domande, pensando semplicemente a divertirsi. Se pur con mille resistenze e perplessità, Alina alla fine accetta.  

Sperimenta le regole del judo con il figlio, sperimenta la richiesta di abilità fisica del judo, sperimenta la richiesta di attenta partecipazione del judo, e a poco più di tre mesi dall’inizio Enry stesso chiede alla mamma di lasciarlo solo.

Enry ha ripreso fiducia, i risultati non si sono fatti attendere a lungo, tuttavia c’è una novità: Alina non vuole rinunciare al judo.

“Due mesi fa vivevo una profonda solitudine, mi lasciavo andare al pensiero di quello che giorno per giorno mi attendeva, incameravo tensioni, delusioni, paure che si sommavano a preoccupazioni per Enry; invece di infondere lui forza, traspiravo energia negativa, litigavo in casa, tutto pesava su di me. Enry oggi fa cose straordinarie su quel tatami, IO faccio cose straordinarie sul tatami. Il judo è entrato nel cuore di genitore, non c’è giudizio, non ci sono differenze. Il judo mi ha insegnato che una “diversità” può far incontrare e non allontanare, ha spento il senso di smarrimento interiore. Stare con i bambini mi ha fatto comprendere che non potevo desiderare figlio migliore.

Il rapporto di coppia lentamente si è modificato, perché quella leggerezza che ti senti addosso quando scendi dal tatami la porti con te per il resto della giornata. Quando vedi tuo figlio sudato e felice, che esprime con baci abbracci e sorrisi il suo affetto, dimentichi le cure logopediche, le visite mediche, l’emarginazione, ti senti un genitore migliore, ti senti fiero. Come potrei smettere di fare judo?”.  Grazie Alina.

(I nomi sono di pura fantasia a garanzia della privacy)

Dr.ssa Loredana Borgogno – Esperta in Psicologia dello Sport e Psicologia della comunicazione

scritto il 07 mar 2017
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