Il valore del judo nello sviluppo delle intelligenze

Il judo, la scuola e la vita

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Basta con i compiti a casa! Per lo meno, diamone un po’ meno, facciamolo con criterio. ‘’Trattare tutti i bambini allo stesso modo, come prevede la scuola tradizionale, è molto più facile…’’  (Howard Gardner, Aprire le menti).

Assegnare loro indistintamente delle esercitazioni a casa può infatti sortire un effetto positivo, inutile o addirittura dannoso, a seconda del destinatario a cui sono rivolte. Perché l’effetto sia positivo, dovrebbe tener conto del livello di preparazione dello studente e della possibilità che questi possa essere gratificato dallo svolgimento autonomo dell’esercitazione. Per contro, quasi sempre, il compito è uguale per tutti, con il risultato che esso finisce con l’annoiare gli studenti piu’ dotati in quella materia, mettendo invece in difficoltà chi, non essendolo, dovra’ richiedere l’aiuto dei genitori o degli insegnanti privati.

E’ pur vero che ipotizzare un’assegnazione del compito che sia calzata sulle capacita’ individuali solleverebbe criticita’ connesse alle necessita’ di:

  • formalizzare le differenze tra gli studenti
  • individuare correttamente i criteri di differenza
  • determinare la direzione e le sfumature dell’inclinazione dello studente
  • calibrare perfettamente su di lui la proposta didattica

tuttavia sta di fatto che l’umore e lo stato d’animo che accompagnano lo svolgimento delle consegne scolastiche risentono dell’assoluta mancanza di piacere e di spinta motivazionale, cio’ perche’ la struttura del compito e’ concepita e focalizzata sulla verifica e l’implementazione del quoziente intellettivo (QI) e non sul quoziente emozionale (QE). Come dire, “ti dico cosa imparare, ma non ti do gli strumenti per farlo al meglio”.

Il quoziente intellettivo indica il risultato di un serie di test che ineriscono alla comprensione, al ragionamento aritmetico, analogico, alle capacita’ mnemoniche, di decodificazione, etc., finalizzati alla misurazione dello sviluppo cognitivo dell'individuo.

Il quoziente emozionale indica invece l'insieme delle competenze legate alle capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni, necessario affinche’ un soggetto possa essere efficace nelle transazioni sociali che suscitano emozioni.

Ora, quanto influisce il QI e quanto il QE nella vita di tutti i giorni? 

Ebbene, il QI incide in maniera relativa, proprio perche’ non è in grado di sostenere lo sviluppo del quoziente emozionale; al contrario, il QE risulta fondamentale per la conquista di un buon QI.  Si pensi banalmente allo studente che, seppur preparato, si “blocca” in sede di esame e non rende come ci si aspettava che facesse, perche’ frenato dalla incapacita’ di gestire una situazione stressante. Appare chiaro pertanto che i due quozienti, o meglio, le due intelligenze debbano “dialogare” tra loro, cosi’ che la struttura psicoemotiva del bambino possa essere in grado di sostenere in maniera equilibrata le prove della vita. 

Negli anni ’90, Daniel Goleman, psicologo cognitivista dell’università di Harvard, elaboro’ la teoria dell’intelligenza emotiva, secondo la quale: ‘’…le capacità di gestire e trasmettere le emozioni, di modulare i propri stati d’animo, di motivare se stessi, di controllare i propri impulsi (quelle che appartengono, cioe’, alla sfera emotiva, ndr) sono fondamentali per cavarsela nel mondo, eppure non sono mai state considerate nei classici test di intelligenza. La vera intelligenza sarebbe cioè un misto di cognizione ed emozione. Diversi studi hanno dimostrato, infatti, che senza la spinta emotiva la ragione perde la capacità di prendere decisioni”.

In linea con quanto osservato dallo studioso americano, il tempo libero andrebbe dedicato a sviluppare i propri interessi e le intelligenze predilette (es. artistico, manuale, sportiva, musicale); in questo modo, gli studenti sarebbero più pronti a recepire le informazioni che vengono proposte loro dagli insegnanti, sulla base del fatto che i primi avranno affinato gli strumenti di apprendimento ed avranno preparato il territorio emotivo (autostima, motivazione e consapevolezza dei propri mezzi) per accoglierle.

Il judo, grazie alla ricchezza dei suoi schemi motori, ad un inquadramento disciplinare incentrato sui profili emozionali del bambino ed alle competenze di problem solving che richiede di sviluppare dinanzi a dinamiche di tipo situazionale[1], e’ in grado di migliorare le diverse intelligenze che portano il praticante non solo a perfezionare le competenze cognitive, ma anche a migliorare il proprio rendimento scolastico e la propria condotta nella vita di tutti i giorni.

In particolare, cio’ che rende speciale la pratica del judo è proprio l’apprendimento dei suoi principi che coinvolgono anche l’area emozionale oltre a quella cognitiva:

  • Ji ta kyo ei  (tr. tutti insieme per crescere e progredire)
  • Seiryoku Zen'yo  (tr. miglior impiego dell'energia)

Il judo non si pratica da soli, ma con la collaborazione costruttiva (non oppositiva e non passiva) di un compagno disposto ad aiutarci nello studio delle tecniche e delle proiezioni, a correggere gli errori, a capire le modalita’ per migliorarsi. Una collaborazione vicendevole, alterna, che si realizza a tutti i livelli di pratica - dai bambini ai grandi campioni e Maestri - in un continuo scambio di conoscenza, elaborazione e regolazione/adattamento delle proprie e delle altrui emozioni che si presentano dinanzi al divenire delle diverse situazioni.

Nella vita quotidiana, la mutua collaborazione (Ji ta kyo ei) porta inevitabilmente ad un miglioramento che investe la collettivita’, che favorisce il dialogo, il pensiero critico/costruttivo, la comunicazione e i comportamenti socializzanti che sono alla base delle competenze emotive.

Il principio del miglior impiego dell’energia (Seiryoku Zen'yo) - che richiede nel praticante di applicare il gesto tecnico mediante l’uso ottimale di forza/opportunita’ utili ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo - e’ un invito ad ottimizzare le risorse tempo/dispendio/beneficio, utili ad individuare le opportunita’ e le priorita’ della vita, a dedicarvisi in maniera efficace. 

Si aggiunga infine il c.d. “spirito del rispetto” (tr. Rei no kokoro), che richiama le regole di etichetta - misto di forma e sostanza - che travalicano le dinamiche del dojo (tr. luogo di pratica delle arti marziali) e si fanno strumento regolatore dei comportamenti interpersonali: salutare, ringraziare, avere rispetto per l’autorita’, avere cura di se stessi e dei propri compagni, dei luoghi, delle cose, concentrarsi su cio’ che si sta facendo, imparare al meglio.

Per tutti questi motivi, sarebbe opportuno che i compiti a casa diminuissero affinche’ i ragazzi possano dedicare più  tempo allo svolgimento di attivita’ soggettivamente stimolanti (attività motoria, musica, arte, teatro) idonee ad incoraggiarli e a rafforzare  il QE che permetterà loro di migliorare il QI.

Il Judo, in ragione di tutte le caratteristiche che lo compongono, e’ strumento principe di questa connessione. Migliori sul tatami, migliori a scuola, migliori nella vita.

Antonio Pitrelli

Fabio Della Moglie
 

 

[1] Sport di Situazione:  Sport in cui l’esito dell’azione, quindi il risultato, non dipende esclusivamente dal gesto tecnico e dalla prestazione fisica, ma dalla capacità di trovare le giuste risposte di adattamento a stimoli diversi.

scritto il 06 nov 2018
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